.
Annunci online

L_Antonio
Odio gli indifferenti


Gli Ultimi


14 luglio 2014

La sineddoche renziana

La domanda è: giocare al doppio (o triplo forno) è la stessa cosa che lavorare a un patto unitario, istituzionale, davvero coinvolgente e paritario per tutti? Me lo chiedo perché, quando si accenna al ‘patto’ Renzi-Berlusconi, si risponde sempre: le riforme istituzionali si fanno anche con l’opposizione. Che sarebbe anche corretto se la locuzione “farle con l’opposizione” non significasse, di fatto, mettersi al centro dello schieramento per giocare di sponda o a rimpiattino con le altre forze politiche. I due ( o tre) forni, appunto. O la scelta di fare le riforme assieme adotta il metodo del grande dibattito politico-istituzionale attorno a un progetto emendabile, oppure è solo manovra politica, tatticismo, una sorta di domino per assicurarsi un predominio duraturo. Non è differenza di poco conto. Per usare il linguaggio renziano: o si tenta un selfie generale, oppure si fanno tante fotografie distinte e le si pone in competizione tra loro (pur preferendo quella del Nazareno). Non che la ‘competizione’ debba scomparire, pur all’interno di una vasta discussione unitaria. Ma che si utilizzi un forno contro l’altro, chiamando questa pratica “fare le riforme con l’opposizione”, appare davvero una furbizia retorica.

Per di più, uno dei due (o tre) forni appare decisamente avvantaggiato rispetto all’altro. C’è un patto così stretto (e segreto) con Berlusconi da far pensare che quello sia l’unico forno crepitante del fornarino Renzi. E il resto sia schermaglia, noiosa questione da dirimere al più presto per sgomberare il campo. Ora, è chiaro che Grillo vuole inserirsi come un cuneo in quel patto, per rompere le uova nel paniere del premier. Ma è pur vero che definire l’accordo con l’ex Cavaliere come “accordo unitario per le riforme” appare un’esagerazione. Una specie di sineddoche, dove la parte (Forza Italia) è chiamata a indicare il tutto (il sistema politico istituzionale italiano nella sua interezza, ossia maggioranza più opposizione); col risultato di tante parti (forni) che rimbalzano l’una sull’altro, tipo le macchine a scontro dei Luna Park, e le esigenze di manovra politica che prevalgono rispetto a quella primaria, fondamentale di offrire al Paese una riforma istituzionale equa, efficace e all'altezza dei tempi.

Perché il punto è anche questo: la riforma deve produrre un sistema istituzionale migliore dell’attuale! Non uno purchessia e che si limiti a garantire un 'vincente' assoluto. Ma un sistema che sia più equo, più efficace, capace di rispondere alla crisi di rappresentanza, al distacco dei cittadini dalla politica, non solo alla volontà di trasformare un semplice premier in un dominus istituzionale. E certo la politica dei due forni non aiuta in questa senso, perché il progetto in discussione si ascrive tutto dentro la manovra politica, quasi bellica, di questa fase, ed esclude una discussione in ampio consesso. Insomma, una cosa è fare un lavoro certosino all’interno di una bicamerale, un’altra è presentare il patto del Nazareno tra soggetti circoscritti come un’operazione unitaria in vista di una riforma costituzionale ampiamente condivisa ed epocale. Sono cose distinte, ben distinte. Almeno lo si sappia.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. renzi senato riforma elettorale riforme

permalink | inviato da L_Antonio il 14/7/2014 alle 13:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


8 maggio 2014

Senza verso

“Non si può cambiare la Costituzione con la sola maggioranza di governo” ha detto Zanda dopo le montagne russe in commissione sulla riforma del Senato. Parole condivisibili, se non fosse che qui non c’è un’opposizione che collabora e si associa con la maggioranza (questo il senso corretto), ma di una parte rilevante della stessa opposizione che esercita una sorta di ‘soccorso azzurro’ (parole del Corsera) a sostegno della maggioranza (quella del PD). L’idea di un grande compromesso costituzionale alla luce del sole è surrogata in malo modo da una fenomenologia ben diversa: un patto trasversale per portare a casa con tigna una riforma purchessia, a patto che si risparmi sui senatori (il famoso dopolavoro dei consiglieri regionali), perché i tagli alla politica tirano molto. I tempi ovviamente si stanno allungando rispetto al flash renziano annunciato con troppo anticipo. Segno brutto, direi. Che testimonia una certa insipienza e un certo dileggio verso il lavoro d’Aula o in Commissione, e in sostanza verso il Parlamento, chiamato a ratificare decisioni prese altrove. In stanze chiusissime.

Ma non è una ‘palude’ questa? Non è palude avviare trasversalismi e patti extraparlamentari invece di un percorso chiaro e trasparente (ah, la vecchia bicamerale!)? Un percorso che fu capace di prendere corpo in un libro (La Grande Occasione), che andrebbe riletto ogni tanto, a titolo terapeutico? Perché la palude non è una melma oscura, ma un movimento decentrato, laterale, un ristagno anomalo, extraistituzionale, un ‘fare’ che disfa, un accalorarsi meramente mediale, una selva di annunci, una trattativa sempre più ovattata, arruffata, nonché un certo dileggio istituzionale. La palude è un navigare senza verso, altro che cambia verso. La sua immagine vera è questo paradossale frollìo, questo girare in tondo, questo torbido ingarbugliamento di patti, contropatti, stop ‘n go che non porta, a vista d’occhio, da nessuna parte. La palude è una politica performativa, agitatoria, frettolosa, senza più un effettivo compito di trasformazione, senza una direzione di marcia, una politica senza mete né obiettivi limpidi. Solo piccolo cabotaggio e tagli verso se stessa, solo tattica, solo giocate e bluff, alla quale si aderisce più per un patto di potere che per intima e ideale convinzione.

Questa sarebbe la post-politica che dovrebbe rinnovare il Paese e rottamare la vecchia classe dirigente (segnatamente i comunisti post, non-più e mai-stati)? Tutto qui? Lo spirito agitatorio che sta coinvolgendo persino le casalinghe elettrici (a partire da quella di Voghera), dove ci porterà? Gli annunci che non paiono convincere granché i giovani elettori (sino a 45 anni, vedi Pagnoncelli sul Corsera oggi), che futuro avranno? Domande legittime, altro che. Non di un gufo o di uno sciacallo, ma di un semplice cittadino, che vota a sinistra da sempre, che vede iniquità e disuguaglianze e nessuna terapia vera nei loro confronti. Un cittadino che non subisce il disorientamento dovuto alla presunta ‘frattura epocale’ prodotta da Renzi (ma quale, se Berlusconi sta sempre lì, se Casini è risorto, se le politiche del governo sembrano partorite da Scelta Civica, più che altro?). Un cittadino che, anzi, non teme l’innovazione, il salto, la discontinuità, e che già negli anni ottanta leggeva le filosofie della crisi. Un cittadino che ha vissuto la caduta del muro come un momento liberatorio, un’occasione di rinnovamento, e che chiedeva già allora, 25 anni fa, quando Renzi faceva lo scout, di imprimere una radicale svolta culturale al partito, alla sinistra, al Paese. Un cittadino che oggi, più che disorientato, appare disilluso, freddo e critico verso gli annunci mediatici del Capo. Freddo, soprattutto. Anzi, freddissimo.

 


29 aprile 2014

Frankenstein

Tutto è cominciato con la parola ‘amalgama’. Insinuava il primo dubbio che l’impasto democratico non fosse venuto benissimo. Tuttavia, al vertice del partito c’era allora un gruppo dirigente che l’amalgama lo voleva, ci stava lavorando, e alla sfida di mettere a confronto culture politiche diverse per costruire un grande partito popolare ci credeva davvero. Ci credeva orgogliosamente. Oggi le cose sono cambiate, ma molto; e il nuovo gruppo dirigente la questione dell’amalgama nemmeno se la pone più. Anzi. Più si è una simpatica combriccola di semplici eletti, più ci si riduce a essere una specie di tram dove si sale e si scende a seconda di come tira l’aria, più si è felici. In realtà oggi si sta edificando una specie di mostro frankensteiniano, persino un po’ brutto da vedere.

Resto dell’avviso che il PD, più che un partito, sia divenuto una rissosa coalizione di governo. Una specie di coabitazione forzosa di cose politiche diverse sotto lo stesso tetto, quasi fossero dei separati in casa, dove ci si sforza di andare d’accordo perché, allo stato attuale, il reddito familiare è buono e c’è un interesse comune. Ma con l’impressione che, se questo reddito dovesse calare e il tenore di vita fosse intaccato considerevolmente, inizierebbero le liti e ci si rinfaccerebbe davvero di tutto.  A rafforzare questa ipotesi c’è un titolo dell’Avvenire che rispecchia bene l’andamento delle cose: “Senato, tra Renzi e PD è l’ora dell’accordo”. È l’ora dell’accordo? Tra Renzi e PD? Ma Renzi non è lo stesso PD del PD? Oppure è solo un pezzo del puzzle, un alleato di governo, il moderato a cui la sinistra assegna il compito di guidare il centrosinistra, ecc.? O peggio, uno di passaggio, come diceva il grande Mario Brega dopo aver malmenato (in “Borotalco”) due malcapitati su via del Corso? Uno che magari è pure un po’ a disagio nella veste di Capo del PD. E il PD è lo stesso partito a cui fa riferimento il suo Segretario? Oppure è una specie di marziano? Una bolla politica? Parliamo dello stesso partito (ammettendo che lo sia, un partito)? E c’è un sentire comune tra questi spezzoni assommati alla rinfusa? E può bastare, oggi, aver creato una specie di agenzia elettorale, nella quale magari non ci si riconosce granché l’un l’altro, ma alla quale si riconosce la capacità di promuovere candidature come nessun’altra? Benché (anzi, tanto più!) si tratti di listini bloccati? Esposti al tallone di ferro di una segreteria politica composta persino dalla Serracchiani? Questo è il punto ineludibile per tutti.

PS: A proposito di Frankenstein e di corpi politici ridotti a congreghe di corporazioni, lobby, settori sparsi, campi topografici diversi e non comunicanti. Andatevi a leggere la eventuale composizione del nuovo Senato secondo la proposta Boschi. Sono numeri che parlano da sé: 21 Presidenti delle giunte regionali e delle Provincie Autonome di Trento e Bolzano; 21 Sindaci dei Comuni capoluogo e di Provincia autonoma; 40 Consiglieri Regionali; altri 40 Sindaci (due per Regione) eletti dai colleghi; 21 cittadini nominati dal capo dello Stato; gli ex Presidenti della Repubblica. Non vedete che la frankensteinizzazione della vita politica italiana si manifesta in ogni dove, proprio a partire dalle istituzioni? Una frammentazione che scavalca i partiti e la geografia politica, e produce una sorta di neocorporativismo. Un gelido mostro, questo sì. Perché mi dovete spiegare che cosa unificherebbe i senatori, che cosa li renderebbe tali, visto che i partiti e i gruppi sarebbero del tutto fuori gioco, prevalendo invece la logica territoriale, per la quale potrebbero aprirsi contraddizioni, dispute o faide geografiche, locali, ambientali, folkloriche e persino pittoresche ben più che politiche. Ora è certo. Frankenstein, in fondo, è solo l’effetto finale della fine della politica, e dei partiti, e del PD per primo.

 


26 aprile 2014

Il Fattore K

           

I comunisti, da sempre, sono indicati come il principale ostacolo a ogni innovazione, a ogni modernizzazione. Lo diceva La Malfa, lo ripetono i sinceri democratici di ogni dove e di ogni tempo. I comunisti erano il muro che andava abbattuto per offrire all’Italia e al mondo un avvenire più roseo. Non bastava avere allegato le videocassette all’Unità, né eletto Occhetto Segretario, serviva di più. Tutto è sempre stato colpa dei comunisti, persino quando non erano già più comunisti, anche quando la spinta propulsiva era finita, pure quando si entrava tutti assieme nella Nato, ostentando un vistoso sospiro di sollievo. I comunisti erano quelli che, anche da post-comunisti, non-più-comunisti, mai-stati-comunisti, andavano comunque rottamati per consentire l’avvento del nuovo, che da decenni batte alla porta come il destino di Beethoven, ma la trova sempre sbarrata e avvolta nella bandiera rossa. Anche oggi che non esistono più nemmeno nei libri, sono indicati come gli ultimi ostacoli alle riforme strutturali, alla definitiva venuta di un nuovo ‘sistema’ di potere senza più i costi della politica, e in particolare alla cancellazione del Senato dalla faccia della Costituzione. Riducendo finalmente la democrazia a quel sottilissimo filo che lega indissolubilmente Capo e Popolo, come due piselli in un baccello (cit.), alla faccia dei costosissimi corpi intermedi!

 

C’è un tale bisogno di comunisti da combattere, che c’è quasi bisogno di crearne sempre di nuovi. Prendete Vannino Chiti e Walter Tocci, due senatori che sostengono una riforma del Senato diversa (e direi migliore) rispetto a quella proposta dal giovane leader. Secondo la vulgata renziana, sono rappresentanti della bieca minoranza PD, gufi, rosiconi, cosacchi siberiani, gente che vuole abbattere senza pietà Issindaho, magari spedirlo alle Frattocchie o in Siberia, ma senza manifestare alcun interesse effettivo per i contenuti della riforma del Senato, solo vendicarsi, solo produrre odio e risentimento verso il vincitore. Roba da comunisti, insomma. Non so di Chiti, ma noi Tocci lo conosciamo bene, per averci lavorato 8 anni assieme. È un uomo sobrio, mite, un intellettuale, uno che la politica la infarcisce di idee, uno capace di mediazione, uno che a Roma ha davvero innovato, non per finta, non sulla carta, non sui tweet mattutini. Dire che Tocci sarebbe un pericoloso comunista, un gufo, un rosicone, uno che getta sabbia negli ingranaggi per mero risentimento è davvero fargli torto, anzi è una sciocchezza bella e buona che non fa onore a chi la pronuncia. Anche il caro e giovane leader per governare ha bisogno di creare dei nemici, come un Berlusconi qualsiasi. Ma non nemici politici veri (con quelli si fanno gli accordi, semmai), bensì nemici fittizi, caricature di nemici, da indicare con nomignoli e così dileggiandoli. Se Renzi ai gufi e ai presunti rosiconi desse invece ascolto, ora non avrebbe bisogno di tête-à-tête con Verdini. Già. Ma il punto è che lui preferisce Verdini.


2 aprile 2014

Diversamente renziani.

L'Italia è l'unico Paese in cui, se un drappello anche piccolo, fisiologicamente piccolo di senatori espone il proprio punto di vista sulla riforma del Senato (del quale fanno parte! tanto più!) viene tacciato (da Repubblica) di voler 'salvare' il Senato stesso. Come se il medesimo Senato fosse composto di manigoldi farabutti mercenari che debbono essere 'mandati a casa' (cit.) per evitare che continuino a fare i manigoldi farabutti ecc. togliendo soldi e 'mettendo le mani' (cit.) nelle tasche degli italiani. L'Italia è anche l'unico Paese in cui le riforme costituzionali si fanno per risparmiare. E a fare i senatori si vorrebbero mandare quelli che paghiamo già (per svolgere altri incarichi, ovviamente): una specie di doppio lavoro, di cui il secondo in 'nero'. Ma l'Italia è anche l'unico Paese in cui cresce la convinzione che i rappresentanti del popolo non debbano essere eletti dal popolo stesso, ma siano 'di risulta': provenienti da altri enti (Senato), nominati in qualche stanzino segreto (la Provincia), oppure mandati lì a listino bloccato, prendere o lasciare (Camera).

Pierluigi Battista dice che parlare di ‘deriva autoritaria’ è esagerato e sbagliato. E ha ragione. Ma parlare di democrazia messa in mano a chi non sa che farne, penso sia già più vicino al vero. Perché è così. Troppi ormai si chiedono senza pudori che cosa ne facciamo della democrazia, visto che costa molto e funziona male. Una specie di zavorra, insomma, che appesantisce i desideri di gloria politica. E allora si tende ad alleggerirla, smussarla, allentando i suoi legami col popolo più di quanto non sia già. Alla crisi della rappresentanza si risponde con la messa in mora della rappresentanza (e ti viene il dubbio se questa risposta non sia proprio una causa della suddetta crisi). Si badi: l’idea di ridurre il numero dei parlamentari e di conferire alla sola Camera il compito di assegnare la fiducia è corretta. Auspicabile e non da ora. Ma perché ridurre il Senato a una riunione di condominio? Perché bloccare le liste elettorali alla Camera, se diverrà l’unica fonte di legittimità democratica del Governo? Perché ricorrere a un ‘premio’-aiutino, quando si poteva puntare ai collegi uninominali a doppio turno? Tanti perché. A cui nessuno intende più rispondere, intenti come siamo a essere renziani. O al più ‘diversamente’ tali.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. senato riforma elettorale renzi

permalink | inviato da L_Antonio il 2/4/2014 alle 10:13 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


24 febbraio 2014

Quale. Come.

Le paroline a cui vorrei che Renzi (e il suo governo, e le forze politiche, e gli amministratori pubblici) rispondessero sono almeno due: quale e come. Sino a oggi il renzismo ha abusato in particolare di una sola parola: nuovo. Ma dire ‘nuovo’ è dire ‘niente’. Per definizione, per logica: il nuovo che si preannuncia è semplicemente altro dall’esistente, dunque è ancora nulla. A meno che il nuovo prenda la forma del ‘quale’ e del ‘come’. Non una nuova, generica politica della giustizia, ma ‘quale’. E poi, inevitabilmente, ‘come’ attuarla. Questa è la politica, non i comizi a Palazzo Madama che abusano del termine nuovo e delle ovvietà. Che non entrano mai nel merito. Che fanno la spuma di superficie. Come è accaduto oggi al Senato. A forza di dire ‘nuovo’ e di abusare dell’altro termine (‘riforma’) ci dimentichiamo di indicare ‘quale’ sia la proposta, quale sia il merito, quali contenuti, quali meccanismi si intendano mettere a fuoco, ‘come’ procedere, verso dove, con ‘quali’ risorse. E soprattutto a vantaggio di chi.

Non un ‘nuovo’ generico, non la visionarietà, non parole, non suggestioni, ma cose, cose effettive. Perché sennò, se si resta nel mero ambito dell’enunciazione del nuovo, nell’auspicio di una ventata di novità, della cosa che non è la solita cosa; se si resta nel campo della chiacchiera (anche se istituzionale) allora siamo daccapo. Allora è solo fuffa. Esempio: dire che la cultura è la principale ricchezza italiana, dire che da lì si può ripartire, è nulla se non c’è una proposta seria, fattiva, credibile. O almeno se non si lancia un’indicazione di lavoro concreta. Non basta dire che servono gli investimenti privati; ma come, perché, quando: questo bisogna dire. Se Renzi non mobilita risorse, energie, intelligenza (soldi veri, entusiasmo, passioni, qualità intellettuali), se non ci dice ‘come’ e ‘cosa’ fare davvero, allora si tratta solo di fuffa, è tutta fuffa. Se non c’è una cifra, se non si accenna alle risorse effettivamente disponibili, se non si mettono le mani in tasca allora non si parla di niente. Si fa poesia. È solo brillante comunicazione che non produce politica, che non fa politica e anzi la sospinge, la limita, la comprime in stanze che sfuggono alla visione dei cittadini. Magari nei margini di quei cinque minuti di colloquio coi potenti, a latere delle consultazioni ufficiali o dello streaming, oppure nei momenti di privacy, quelli trascorsi con la propria squadra e i propri fedeli amici (o coi rappresentanti delle oligarchie) a decidere il destino di tutti mentre a tutti si raccontano le vecchie storie e si propinano le solite battute.

 

sfoglia     giugno        agosto
 
 




blog letto 1 volte
Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom

COSE VARIE

Indice ultime cose
Il mio profilo

RUBRICHE

Diario
Politica
Musica
L'Antonio (Gramsci)
Visioni
Orvieto e dintorni
Cultura
Vado ai Massimi
Interventi

VAI A VEDERE

massimo d'alema
Alfredo Reichlin
Phil
PER RIPARTIRE
gianni cuperlo
Italianieuropei
Centro Riforma dello Stato
fondazione gramsci
NotePD
Adry
celapossofare
Bolledaorbi
Makìa
Eta-beta
Ritaz
Patry
maria grazia
LauraOK
Quartieri
Corradoinblog
Marco Campione
Francesco
Viaggio
Lessico democratico
Riderepernonpiangere
Paolo Borrello
Camereconvista
Francesco Montesi (da Parrano)
Simone Tosi
RED TV
RED COMMUNITY
PER L'ITALIA
la voce info
l'Unità
il manifesto
il riformista
filosofia.it
write up
Orvietan
francesco totti


           I due L_Antoni

 




 


Il libro de L_Antonio Qui, per vedere meglio la copertina, per leggerlo e
acquistarlo

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n°62 del 7.03.2001. Le immagini inserite in questo blog sono prelevate in massima parte dalla rete web; qualora la loro pubblicazione violasse eventuali diritti d'autore o copyright terzi, vogliate comunicarlo a l_antonio_g@libero.it, saranno rimosse prontamente. 


 

CERCA